TextIcon Gennaio122012

Quello che non riesco a capire

Quello che non riesco maledettamente a capire è perché sono arrivato al punto in cui sono e non sono schiantato come dovrei essere. 

In fondo, non ho subito traumi come tutti gli altri? Non ho forse avuto abbastanza dimostrazioni che l’unica cosa che che la vita contiene dietro un sottile velo di meraviglia è una fottuta indifferenza se ti va bene altrimenti dolore, delusione e se sei una persona a posto anche rimpianti e pentimenti?

Non sono forse un uomo che ha scoperto che il primo amore puoi anche sposartelo dopo averci passato metà della tua vita, ma quello stesso amore non vorrà saperne di te il giorno che scoprirà che sei fragile come tutti, e la tua colpa sarà che non avevi avuto la decenza di farti venire l’esaurimento nervoso prima del matrimonio?
Non sono forse uno che ha visto le macchie di sangue della propria cognata sbalzata fuori dall’auto a 25 anni, con in testa il sorriso di suo figlio di un anno a cui non puoi, non c’è modo di spiegare che mamma non può, non può proprio tornare a casa, questa volta?
Non sono uno che è stato umiliato, deriso, insultato, come tutti quelli che hanno provato a fare una qualunque cosa? Uno che non ha dormito la notte per i propri debiti, fossero verso una banca o verso la propria coscienza?

Non ho diritto anche io, a 36 anni, a veder morire i miei sogni, a realizzare che non ho le palle per dare una forma alla mia musica per come vorrei, per accettare che tutte le donne che hanno un’età tale da poter instaurare una relazione con me sono state danneggiate da qualcuno magari persino meno stronzo di me e io non potrò mai farci nulla, per digerire l’idea che l’unico lavoro che può darmi stabilità è un fottuto lavoro da dipendente, di mandar giù l’idea che una relazione stabile è un accordo reciprocamente proficuo e basta?

Perché devo riuscire - ancora - a fare cose come improvvisare musica per un quarto d’ora di fila su un pianoforte a cui sono stati tolti i tasti? Perché sono ancora in grado di accendere i sensi di una donna, invece di sbattermela come fanno i più? Perché sono ancora condannato a preoccuparmi della felicità altrui e - anche, magari - mia, invece di pensare a salvaguardare quei pochi frammenti di cuore e sanità mentale che mi sono rimasti? 

Non capisco chi o cosa mi nega il diritto di morire dentro, chi mi nega la dignità di uno stato di coma emotivo, molto meglio di una quasi continua umiliazione che parte dal cuore e arriva a corpo e mente.
Non vedo la giustizia nel non riuscire a soffocare questa curiosità del domani, questa continua speranza, questa spasmodica voglia di costruire senza perdere un attimo, che tanto dietro ogni passo cosa scopri se non l’ennesimo incredibile metodo per procurarti dolore, per realizzare in nuovi modi che tu, per la vita, proprio non ci sei portato.

Sei tonto, Vincenzo caro, e come giustamente qualcuno ha detto, ‘senzaspinadorsale’.

Condannato a illuderti che quel breve momento d’amore vero in cui sei tutt’uno con il respiro e il calore della donna che ami o con la musica che stai creando senza sapere cosa fai basti a giustificare tutta la tua incapacità a trovare un posto, qui.

Perché tanto tu, le palle di vivere diversamente, di realizzare i tuoi sogni, tu, Vincenzo, non le avrai mai.

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